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venerdì 26 agosto 2011

RAPPORTI. È volontario un italiano su dieci

Nonostante la crisi nel 2010 si è sforato il 10%. E sono riprese anche le donazioni.




Il volontariato cresce nonostante la crisi. E nel 2010 è arrivato a quota 10%. Il dato emerge dall’indagine annuale “Aspetti della vita quotidiana" svolta dall’Istat su un campione di 19 mila famiglie (49 mila persone). L'analisi della sezione dedicata alla partecipazione sociale è stata scritta dal direttore della Fondazione Volontariato e Partecipazione Riccardo Guidi ed è scaricabile in versione integrale dal sito della Fondazione. Eccone una sintesi.

Un trend in crescita

Nel decennio 2001/2011 le persone che avevano svolto attività di volontariato almeno una volta l'anno sono cresciute costantemente: erano l’8,4% nel 2001 e sono arrivate, con una crescita costante, al 9% del 2009 e nel 2010 hanno raggiunto il 10 per cento pulito pulito.
Un dato interessante è che negli utlimi anni sono sempre più i maschi a partecipare ad attività di volontariato, anche se le femmine cominciano prima: tra i 14 e i 24 anni i tassi di volontariato delle femmine sono di gran lunga superiori a quelli dei loro coetanei. Anche questo è, per Guidi, un segnale degli «effetti negativi sulla partecipazione ad attività di volontariato dell’assenza di adeguate politiche di sostegno alla famiglia e alla genitorialità in Italia».
Quanto all'età, i maggiori livelli di volontariato della popolazione italiana si osservano nelle fasce di età attiva (14-64), mentre crollano dopo i 64 anni, soprattutto per le donne. In termini di prospettiva, in vista del futuro Anno Europeo dell’invecchiamento attivo, materiale su cui rifelttere.
Soprattutto a fronte della crisi occupazionale che l’Italia sta vivendo, è interessante prendere in considerazione l’evoluzione dei livelli di volontariato rispetto alla condizione occupazionale delle/degli Italiane/i. A questo proposito si può notare che i maggiori livelli di partecipazione ad attività di volontariato si osservano per gli/le occupati/e con status occupazionali più alti (dirigenti, imprenditori, liberi professionisti) ed i minori livelli per coloro che hanno status occupazionali più marginali (casalinghe, persone in cerca di occupazione e operai/ie).

Un fenomeno municipale più che metropolitano

Il Nord si conferma la macro-area territoriale con tassi di volontariato maggiori, seguita dal Centro, mentre le Isole ed il Sud si confermano con i livelli minori, sebbene in tutte le aree in crescita rispetto al 2009. Nel 2010 i differenziali territoriali comunque si approfondiscono.
Dall’incrocio tra livelli di partecipazione ad attività di volontariato e ampiezza del Comune di residenza esce confermata la tendenza, già osservata nel 2009, sulla maggiore propensione all’attività di volontariato per coloro che vivono nei piccoli e piccolissimi, collocati fuori delle aree metropolitane. Il volontariato sembra dunque un fenomeno più tipico della piccola Italia municipale che della grande Italia metropolitana.

Riprendono le donazioni

Nel 2010 la quota di Italiani/e che ha sostenuto finanziariamente un’associazione è cresciuta rispetto al 2009 e al 2008, attestandosi al 17,8% e tornando dunque al livello precedente del “crollo” del 2008 (quando si era raggiunto il livello minimo osservabile dal 2003).
Le differenze regionali sono notevoli, ma si articolano di più rispetto alla classica differenziazione per macro-aree territoriali (troviamo tassi di finanziamento associativo sopra il 20% in Trentino-Alto Adige, Toscana, Friuli-Venezia Giulia, Emilia-Romagna, Lombardia, Valle d’Aosta e Sardegna). Le differenze di età si attenuano con una maggiore “tenuta” da parte degli over-64 anni.

Il commento

Dai segnali che emergono dalla serie storica, sembra esserci - dice Guidi - «un lento ma significativo rinvigorimento dei livelli della partecipazione alle attività di volontariato in Italia. Da questo punto di vista, chi si aspettava che la crisi avrebbe incentivato un ritiro nel privato sembra essere stato smentito». E contemporaneamente l’esiguità della partecipazione sociale più politicamente orientata (advocacy e partecipazione sindacale attiva) cosatringe a chiedersi «se questa circostanza non possa essere interpretata come un nuovo sostegno alla tesi della caduta di ‘politicità’ della partecipazione sociale in Italia».
Quanto alla partecipazione, «sembra esistere in Italia un serio problema distributivo nelle opportunità della partecipazione: chi è “socialmente centrale” partecipa di più di chi è “socialmente marginale”. Si cela in questa tendenza un particolare aspetto di “avvitamento” della società italiana: considerando che dalla partecipazione sociale transita una parte non banale di acquisizione di competenze, capitale sociale e possibilità di rivendicazione, una siffatta distribuzione delle opportunità di partecipazione potrà rafforzare i forti e indebolire i deboli».

giovedì 25 agosto 2011

Londra. La salute in mano alle coop


Un articolo sulla Bbc cita l'Italia come modello

«Vogliono trasformare il sitema sanitario inglese nella più grande impresa sociale del mondo». Così dice l'articolo di Victoria King apparso ieri sulla Bbc sulla svolta in corso in Gran Bretagna, che punta ad affidare a cooperative il sistema sanitario.

«Servizio pubblico non coincide con settore pubblico», dice Geoff Walker, direttore del Sandwell Community Trust (nela foto). La sua è un'impresa sociale che gestisce servizi per adulti e minori dal 1997 e con 475 addetti si prende cura di 700 persone. È esattamente quello che il governo ha in mente per la sanità, dentro il progetto di Big Society.

Le cooperative certo non sono nuove nemmeno in Inghilterra. Quel che è nuovo è l'intervento massiccio nel settore sanitario. Una che sta lavorando bene è, per la KING, Ripplez, diretta dall'infermiera e ostetrica Chirs Tully, che lavora con le mamme teenager. Ripplez sta, nelle sue stesse parole, «crescendo veloce come un fungo» e ha già attratto diversi investimenti filantropici. «Possiamo decidere come usare i soldi, e coinvolgiamo molto i nostri genitori», dice.

L'articolo cita l'Italia come modello: «Ci sono più di 7mila cooperative impegnate nell'assistenza di anziani e disabili o lavoro per ex detenuti».

lunedì 22 agosto 2011

Il monito di Napolitano: presente angoscioso, ci attendono sfide ardue. Basta debolezze sull'evasione


Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, domenica 21 agosto 2011, durante il discorso al meeting di Rimini (ANSA/ PASQUALE BOVE)

Chiede uno sforzo maggiore contro l'evasione fiscale. «Basta assuefazioni e debolezze con chi evade il fisco».

E sprona la politica a fare scelte di lungo respiro perché il presente «è angoscioso», ma il futuro lo è ancora di più e riserva «sfide ardue, profonde e dall'esito incerto». Da Rimini, dal meeting di Comunione e liberazione, il capo dello Stato, Giorgio Napolitano, torna così a chiedere più coraggio nell'affrontare la crisi e una svolta per far ripartire la locomotiva nazionale.

Presente angoscioso, abbiamo il dovere di decisioni immediate
Al pubblico ciellino Napolitano consegna innanzitutto una lucida disamina della difficile congiuntura. «Da quando l'Italia e il suo debito pubblico sono stati investiti da una dura crisi di fiducia e da pesanti scosse e rischi sui mercati finanziari, siamo immersi in un angoscioso presente, nell'ansia del giorno dopo, in un'obbligata e concitata ricerca di risposte urgenti», ammonisce il presidente della Repubblica. «A simili condizionamenti, e al dovere di decisioni immediate - puntualizza Napolitano - non si può naturalmente sfuggire. Ma non troveremo vie d'uscita soddisfacenti e durevoli senza rivolgere la mente al passato e lo sguardo al futuro».

Ci attendono sfide ardue e profonde dall'esito incerto
Nel nostro futuro cammino, prosegue, il capo dello Stato, «abbiamo sfide e prove più che mai ardue, profonde e di esito incerto». E, per superarle, servono responsabilità e massimo impegno. «Dinanzi a fatti così inquietanti, davanti a crisi gravi, bisogna parlare il linguaggio della verità». Non fa nomi il capo dello Stato ma è implicito il richiamo a quanti, nel Palazzo, hanno disatteso il dovere della chiarezza sulla gravità della crisi. «Il linguaggio della verità non induce al pessimismo ma sollecita a reagire con coraggio e lungimiranza». E qui, una domanda: «abbiamo noi, in Italia, parlato in questi tre anni il linguaggio della verità? Lo abbiamo fatto abbastanza tutti noi che abbiamo responsabilità nelle istituzioni, nella società,nelle famiglie, nei rapporti con le giovani generazioni? Siamo attenti: dare fiducia non significa alimentare illusioni». Perché, prosegue il capo dello Stato, «non si dà fiducia e non si suscitano le reazioni necessarie minimizzando o sdrammatizzando i nodi critici della realtà, ma guardandovi in faccia con intelligenza e con coraggio».

S'impone svolta per la crescita, adesso ricette di lungo respiro
Quale sia la ricetta per uscire dall'impasse il capo dello Stato lo dice senza troppi giri di parole. «Si impone un'autentica svolta per rilanciare una crescita di tutto il Paese, Nord e Sud insieme. Una crescita meno diseguale». Una svolta che passa attraverso scelte profondamente meditate e condivise. «Occorre più oggettività nelle analisi, misura nei giudizi, più apertura e meno insofferenza verso le voci critiche», occorrono «scelte non di breve termine ma di lungo e medio respiro». Un cambio di rotta che significa aprire a vere riforme. In particolare Napolitano cita quella della giustizia. «In queste settimane, sospinto da alcuni impulsi generosi - dice - si sta prospettando in una luce più positiva il tema della riforma in funzione solo dell'interesse nazionale e del concreto funzionamento della giustizia. Anche perchè alla visione del diritto e della giustizia sancito in Costituzione ripugna la condizione attuale delle carceri e dei detenuti».

mercoledì 17 agosto 2011

E SE IL TERZO SETTORE DIVENTASSE IL PRIMO?

È l'ambito preferito da giovani e donne che sperimentano nuovi modelli di business



di Francesco Perrini, professore ordinario e titolare della Sif chair of social responsibility della Bocconi

Che il sociale stia assumendo un’importanza crescente nei sistemi economici attuali è innegabile. Con 250 mila organizzazioni per un’entrata complessiva di 4,5 miliardi di euro, il terzo settore è oggi il più vasto ambito lavorativo in Italia, con 4 milioni di operatori di cui 700mila retribuiti e 3,3 milioni di volontari, e forse l’unico in crescita. Un fenomeno in evoluzione non soltanto numericamente, ma in termini di modelli adottati, di risultati raggiunti e di interventi realizzati. Se da un lato i dati quantitativi dimostrano il rafforzamento della consapevolezza che l’intervento privato in questioni di rilevanza sociale sia necessario, dall’altro stiamo assistendo a un radicale ripensamento delle logiche sottostanti, improntato a una ricerca crescente di sostenibilità, robustezza economica, capacità di resistere al lungo periodo massimizzando gli obiettivi sociali. Non è un caso che, sempre più spesso, e a differenza del passato, termini quali imprenditorialità e benessere sociale vengano usati insieme, piuttosto che in contrapposizione. Non è un caso che lo stesso legislatore abbia sancito la legittimità di una formula imprenditoriale innovativa, l’impresa sociale (legge 118/2005), finalizzata ad accelerare la progressiva managerializzazione di tale settore, superando le forme giuridiche disponibili. Sull’onda dell’entusiasmo per le potenzialità innovative, di sviluppo economico e crescita sociale, il movimento della social entrepreneurship ha assunto una dimensione globale, suscitando interesse da parte del mondo accademico, imprenditoriale business, non profit e politico.

Pur trovando le sue radici nel non profit e nell’importanza di riorientare il terzo settore in ottica manageriale, il dibattito più recente in materia di imprenditoria sociale si attesta su una visione non limitata alla tradizionale contrapposizione tra profit e non profit, quanto piuttosto focalizzata sul contenuto e sul modello di gestione dell’iniziativa intrapresa. La forma giuridica scelta passa in secondo piano, subordinata all’obiettivo di generare un cambiamento sociale attraverso l’implementazione di un modello di business sostenibile nel tempo, innovativo e in grado di generare impatti apprezzabili.

Tale fenomeno è al contempo causa e conseguenza di una dinamica di rinnovamento che ha stimolato soprattutto l’imprenditoria giovanile e femminile. Numerose evidenze segnalano tale tendenza, come la nascita di un movimento di giovani start upper in giro per il mondo. Dalle fondazioni di supporto all’imprenditorialità sociale tipo Ashoka, Skoll, ai fenomeni di sviluppo di The Grameen Creative Lab per il lancio di Social Business, alla Social Business Plan Competition. O ancora gli incubatori sociali, come THE HUB che di recente ha aperto anche a Milano. Si tratta di una rete internazionale di spazi fisici dove imprenditori e imprenditrici sociali, creative e professioniste possono accedere a risorse, lasciarsi ispirare dal lavoro di altri, individuare opportunità di mercato e costruire quel bagaglio di esperienze che li aiuteranno a cambiare Milano e il mondo. Oppure si può ricordare come tanti giovani e in particolare donne hanno fondato e gestiscono cooperative per il riutilizzo delle terre sequestrate alla mafia o ancora l’impegno della presidente Monica Lucarelli dei Giovani Industriali di Roma che si batte perché venga dai giovani imprenditori un esempio di etica per moralizzare l’economia pubblica. Il tutto combinando l’attribuzione di risorse economiche e non e di competenze organizzative e manageriali.

Ne consegue, per gli studiosi, la tendenza a spingersi oltre le tradizionali categorie d’analisi, per cogliere l’eterogeneità delle esperienze in atto, distinguendo le organizzazioni sociali nate dalla capacità dei cittadini di auto-organizzarsi attorno a una causa di comune interesse (civil society organization) da veri e propri service provider, più vicini per logiche e pratiche al mondo business, sebbene contraddistinti da obiettivi di creazione di valore sociale.

domenica 31 luglio 2011

Adiconsum: «No alla restituzione del bonus bebè» [3]


Adiconsum chiede l’istituzione di procedure conciliative tra le parti e l’attivazione di canali per la gestione delle pratiche.Pietro Giordano, Adiconsum: “Chiediamo al Ministero dell’Economia e delle Finanze la sospensione delle richieste di restituzione del bonus, poiché a monte delle errate dichiarazioni c’è stata una informazione istituzionale incompleta e non puntuale”.


8.000 famiglie stanno ricevendo in questi giorni dal Ministero dell’Economia e delle Finanze una lettera di contestazione per indebita riscossione del bonus bebè 2005 e/o 2006. La contestazione riguarda alcuni errori, tra i quali l’errata compilazione dell’autocertificazione attestante il reddito del nucleo familiare.

La dicitura reddito “complessivo” così come indicato nell’informativa istituzionale del bonus bebè dell’epoca– dichiara Pietro Giordano, Segretario Generale Adiconsum – si prestava ad interpretazioni ambigue. Secondo Adiconsum al posto del termine “complessivo” doveva essere usata la dicitura redito lordo oppure reddito netto. La comunicazione inoltre risultava incompleta, poiché non era fatto cenno a sanzioni dovute ad errori o a dichiarazioni mendaci”.

Adiconsum – conclude Giordano – chiede al Ministero dell’Economia e delle Finanze l’istituzione di canali per la gestione dei reclami fra Associazioni Consumatori e Pubblica amministrazione, nonché procedure conciliative per dirimere i contenziosi.

Bonus bebè [2]. Giovanardi scrive alle famiglie


Cara mamma e caro papà,

sei anni fa vi arrivò una lettera firmata dal Presidente Silvio Berlusconi che vi avvertiva della possibilità di incassare un assegno di mille euro per la nascita di vostro figlio, nel caso in cui il vostro reddito complessivo fosse stato inferiore ai 50 mila euro.

Su oltre 700.000 assegni inviati e incassati dagli aventi diritto purtroppo circa 8.000, ad una verifica fatta dagli uffici sull'autocertificazione, sono risultati non in regola con quanto stabilito dal Parlamento.

Come delegato per la Presidenza del Consiglio dei Ministri alle politiche per la famiglia, innanzitutto mi scuso per i toni sgarbati e minacciosi della lettera che gli uffici del Ministero dell'economia vi hanno inviato per richiedere la restituzione di tale somma.

Come ho già dichiarato alla Camera dei Deputati giovedì 21 luglio 2011 rispondendo ad interpellanze dei Parlamentari, chi ha ricevuto la lettera può prendere contatto con gli uffici che vi hanno scritto per dimostrare la correttezza dell'autocertificazione e non procedere alla restituzione.

Se questo non fosse possibile, perché per esempio c'è stato un equivoco fra reddito lordo e reddito netto, tutto potrà venire sanato con la restituzione dei mille euro, senza interessi e se necessario anche a rate.

In sostanza, è come se una banca vi avesse prestato sei anni fa mille euro e oggi ne richiedesse semplicemente la restituzione senza nessun interesse.

Posso concordare con voi che la cosa sia spiacevole ma bisogna anche tener conto delle centinaia e migliaia di coppie a cui è nato un figlio e che i mille euro non li hanno incassati perché hanno interpretato correttamente la norma di legge.

Nell'augurare ogni bene a voi e alla vostra famiglia, colgo l'occasione per salutarvi con viva cordialità.

Sen. Carlo Giovanardi
Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio

venerdì 29 luglio 2011

CALCIO. Scende in campo il "Modena.coop"


Per la prima volta una società professionistica cede quote di capitale a una cooperativa di tifosi

È aderente a Confcooperative Modena la cooperativa di tifosi alla quale, per la prima volta in Italia, una società professionistica di calcio ha ceduto delle quote societarie.

Si tratta della cooperativa Modena Sport Club, che il 12 luglio ha acquisito l'1% del Modena Fc. Fondata nel dicembre del 2008 da quattro tifosi, la cooperativa è nata per diffondere nel calcio l'azionariato popolare, già ampiamente diffuso in Germania, Inghilterra e Spagna.

"Modena Sport Club" è entrata a far parte della compagine societaria del Modena Fc affiancando gli altri soci, Ghirlandina Sport e il commercialista Giancarlo Guidi.

«Ci proponiamo di rappresentare un numero sempre più alto di tifosi rafforzando i legami con la società – spiega Andrea Gigliotti, il fondatore e presidente di Modena Sport Club - Vogliamo costruire un rapporto propositivo con gli altri soci del Modena Fc e contribuire con nuove idee e risorse alla buona gestione della società».

Attualmente i soci di Modena Sport Club sono 237, un numero destinato probabilmente a salire, aiutando la cooperativa ad aumentare il suo peso nella società. «Ci auguriamo che questo primo importante passo – conclude Gigliotti - venga preso d'esempio nel resto d'Italia per una gestione partecipativa e condivisa di un sport così popolare come il calcio».

Lettera al Ministro Giovanardi sulla Famiglia


Ho appena spedito questa lettera al Ministro Giovanardi.
Chissà se mi risponderà!


Gentile Signor Ministro Giovanardi,

mi chiamo Valerio Melandri, sono sposato da 12 anni, padre di tre bambini, e insegno all’Università di Bologna. Anche mia moglie Elisabetta lavora (part-time) ed è dipendente pubblica. Le scrivo perchè qualche giorno fa ho ricevuto la notifica di restituzione del Bonus Bebè per indebita riscossione, dei 1000 euro nel 2006.

Nulla da eccepire. La mia fu effettivamente una indebita riscossione.

Nel chiedere il Bonus (che si poteva avere solo se il nucleo familiare – ovvero la somme del reddito di marito e moglie – era inferiore a 50.000 euro), avevo considerato il reddito NETTO del nucleo familiare (ovvero quello dopo aver pagato le tasse, che è ampiamente sotto la soglia), mentre andava considerato il reddito LORDO del nucleo familiare (che è invece sopra la soglia dei 50.000).

Appena me ne sono accorto, ho restituito il maltolto e fatto le mie scuse alla pubblica amministrazione. Non voglio certo 1000 euro che non mi spettano.

Ma non è per questo che le scrivo. Voglio farla riflettere su alcune brevi cose:

1 – Un mio amico, che ha due figli, NON sposato, ma soltanto convivente (scelta assolutamente legittima, sia chiaro!), e ha lo stesso mio reddito (fa esattamente il mio mestiere), ha ricevuto il Bonus Bebè e non lo restituirà perchè NON essendo sposato non fa reddito insieme alla moglie e dunque lui è ampiamente sotto i 50.000 della soglia prevista.

2 – quello stesso collega NON sposato, è prima di me in graduatoria negli asili della mia città. E non è davanti a me perchè guadagna di meno, ma solo perchè NON è sposato e ha dato la “patria potestà” dei bambini a sua moglie. Egli, in modo perfettamente legale, risulta residente da sua madre….e così vive come vivo io, ma ha tutti i vantaggi che io, sposato, non ho.

3 – Inoltre, sempre per rimanere sul Bonus Bebè, tutti gli extracomunitari che hanno ricevuto il Bonus Bebè NON lo hanno restituito, perchè c’e’ stata una sanatoria. Quindi agli Italiani che si sbagliano si chiedono i soldi indietro (con una inaudita violenza, minacciando denunce penali e sanzioni inconsuete), mentre agli extracomunitari si dice “tenetevi pure tutto, e scusateci se vi abbiamo fatto sbagliare”. Non ce l’ho con gli extracomunitari!!! Ma perchè due trattamenti così diversi? Perchè il Ministero è così arrogante con noi Italiani e così arrendevole e ragionevole con gli extracomunitari?

Si fa tanto parlare di politiche della famiglia, ma mi sembra che qui ci siano solo politiche per i conviventi (che si lamentano di essere discriminati, quando è vero il contrario!) e grande tolleranza (per carità, in alcuni casi più che giusta!!) per i nostri concittadini extra-comunitari.

Ma io non pago le tasse? Perchè io, solo perchè mi sono sposato, ho meno diritti di chi non si è sposato e che vive nella mi identica situazione?

Mi sa che a settembre io e mia moglie ci separiamo…così avremo asili, borse di studio, bonus bebè, e magari anche la casa popolare…

Non so, veda lei, decisamente l’Italia necessita di eliminare queste ingiustizie.

Signor Ministro faccia qualcosa!!! Il suo è il Ministero della Famiglia o quello della Famiglia Ma Solo Se Non Sposati?

Grazie per avermi ascoltato.

Cordialità vivissime,

Valerio Melandri


fonte:

SOSTENIBILITÀ. Torino un bell'esempio di città antispreco


Il sindaco Fassino firma un accordo per la realizzazione del progetto "Last Minute Market" in città

Torino in prima linea contro lo spreco alimentare. Il sindaco del capoluogo piemontese, Piero Fassino, il fondatore del Last Minute Market Andrea Segrè e il presidente di Slow Food Piemonte e Valle d’Aosta Bruno Boveri hanno siglato l’accordo per la realizzazione del progetto Last Minute Market a Torino e in Regione. Il protocollo punta alla realizzazione di nuove iniziative volte alla riduzione degli sprechi alimentari e alla valorizzazione dei beni invenduti.

«La riduzione dello spreco di cibo è una sfida che tutti, cittadini, istituzioni, imprese, dovrebbero sentire come un dovere morale e come uno dei modi per aiutare chi ha di meno, oltre che per contrastare il consumismo spinto che caratterizza il nostro vivere - ha sottolineato Fassino - la Città di Torino ha già all’attivo alcune esperienze in questo senso e prendendo parte al progetto di Last Minute Market insieme a Slow Food intende proseguire su una strada di attenzione indirizzata al sostegno quotidiano. Un sostegno che passa attraverso i bisogni essenziali, e che agisce concretamente grazie a una rete di relazioni in grado di connettere chi offre e chi chiede».

Andrea Segrè, presidente di Last Minute Market, spin off dell'Università di Bologna: «Lo spreco può trasformarsi in risorsa, ma anche diventare il paradigma di una nuova società più attenta alle persone e all'ambiente - ha aggiunto Segrè - la nostra esperienza dimostra che si può coniugare per davvero solidarietà (più aiuti), reciprocità (più relazioni) e sostenibilità (meno rifiuti)».

«Quello di Torino è il progetto pilota di una serie di iniziative che coinvolgeranno tutta la Regione - ha concluso Bruno Boveri, presidente di Slow Food Piemonte e Valle d’Aosta - Siamo molto fieri di questa collaborazione con Last Minute Market e stiamo già organizzando numerosi interventi nelle scuole piemontesi per sensibilizzare insegnanti e alunni alla lotta contro lo spreco e all'importanza di adottare buone pratiche nella vita quotidiana».

Nato come progetto di ricerca, nel tempo Last Minute Market è diventato uno spin off accademico dell’Università di Bologna sviluppando un sistema per recuperare e donare tutti i beni (cibo, farmaci, libri, prodotti non alimentari) che rimangono invenduti ma sono ancora consumabili o utilizzabili. Recentemente ha presentato al Parlamento europeo una dichiarazione congiunta europea contro lo spreco alimentare, sottoscritta oggi dalla Città di Torino, che vuole sensibilizzare le istituzioni europee affinché lo spreco alimentare venga ridotto del 50% entro il 2025.

martedì 26 luglio 2011

Assalto alle Onlus

di Riccardo Bonacina

Welfare State addio (e questo era ovvio), ma addio anche alla Big society e a ogni chiacchiera sulla sussidiarietà e sui libri bianchi e verdi sul futuro del welfare. È questo l’assurdo doppio passo del Governo Berlusconi-Tremonti-Sacconi. E si tratta di un doppio passo che prelude ogni tipo d’inciampo.

Ciò che restava del Welfare State è stato smantellato dal 2008 al 2011: i dieci principali ambiti di investimento sociale hanno avuto tagli complessivi pari al 78,7%, passando da 2.527 milioni stanziati nel 2008 ai 538 milioni della legge di stabilità 2011.
Il Fondo per le politiche sociali, per esempio, è passato dai 584 milioni del 2009 ai 435 del 2010 e arriverà nel 2013 ad appena 44 milioni.
Il Fondo per la famiglia è passato dai 346,5 milioni del 2008 ai 52,5 milioni attuali (il taglio è del 71,3%).
Il Fondo per l’inclusione sociale degli immigrati, finanziato nel 2007 con 100 milioni, è semplicemente sparito. Sparito anche il “Fondo per la non autosufficienza”.

Dei politici non dico liberali, ma almeno intelligenti e lungimiranti a fronte delle ristrettezze dei fondi statali avrebbe agito liberando le energie della società che in questo Paese sono ancora vive: secondo l’Istat nel 1999 le istituzioni non profit in Italia erano 221.412, impiegavano più di 4 milioni di persone (di cui 3 milioni e 200 mila volontari) e restituivano servizi (di assistenza, di cura alla persona, all’ambiente e ai beni culturali) a più di 20 milioni di cittadini italiani.
Un Governo liberale e intelligente avrebbe dato certezze alle organizzazioni della società civile rendendo stabile una norma come il 5 per mille (sussidiarietà fiscale promessa nel lontano 2005), avrebbe incoraggiato le donazioni e il dialogo tra le strutture di welfare comunitario, quelle della ricerca non profit, dello sport di base e i cittadini stessi.

Invece no, nonostante il gran parlare di sussidiarietà, il Governo nell’ultimo anno rimangiandosi ogni promessa e smentendo le sue stesse idee, sta togliendo ossigeno ed energie al settore non profit come non era mai successo prima.

Il “bagno di sangue” è iniziato poco più di un anno fa, con un decreto che ha sospeso le tariffe postali agevolate, strategiche sia per la comunicazione istituzionale di piccoli e grandi enti sia per le campagne di raccolta fondi e per la loro rendicontazione. In 24 ore, il costo di spedizione di una pubblicazione è aumentato del 500%, passando dallo 0,064 allo 0,28. Una spesa insostenibile, più costosa di quella vigente per gli editori profit di 0,10 euro. Dal fatidico aumento, la Fondazione Telethon, per esempio, ha avuto una perdita complessiva di oltre 670mila euro, di cui 436mila per maggiori costi e 234mila per mancata raccolta dovuta al taglio delle spedizioni.
Poco più di sei mesi fa, poi, come ogni anno, è stato rimesso in discussione il 5 per mille alla cui copertura mancano ancora 100 milioni di euro (se San Gennaro non interverrà il 5 per mille si ridurrà a uno 3,75 per mille senza dichiararlo ai cittadini).
Ora arrivano i tagli lineari alle agevolazioni fiscali, deduzioni e detrazioni, previsti nella manovra finanziaria da poco approvata che colpisce, oltre alle famiglie, alle persone con disabilità anche il mondo del non profit, in modo diretto o penalizzando i donatori.
L’esempio più interessante è quello della “+Dai -Versi”, la norma che dal 2005 consente, finalmente anche nel nostro Paese, la deduzione delle erogazioni liberali in denaro e in natura a favore degli enti del terzo settore sino a un tetto massimo di 70 mila euro. Si scopre che, a regime, l’agevolazione è utilizzata da quasi 600mila tra persone e aziende, e che attualmente rappresenta uno degli sconti fiscali più usati, secondo soltanto alla detrazione a favore di onlus e di altri enti che svolgono attività umanitarie, che coinvolge quasi un milione di contribuenti.
Milioni di persone e di contribuenti che avranno una ragione in più per tagliare chi ci sta governando, come recita la copertina di “Vita” di questa settimana.