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mercoledì 17 agosto 2011

E SE IL TERZO SETTORE DIVENTASSE IL PRIMO?

È l'ambito preferito da giovani e donne che sperimentano nuovi modelli di business



di Francesco Perrini, professore ordinario e titolare della Sif chair of social responsibility della Bocconi

Che il sociale stia assumendo un’importanza crescente nei sistemi economici attuali è innegabile. Con 250 mila organizzazioni per un’entrata complessiva di 4,5 miliardi di euro, il terzo settore è oggi il più vasto ambito lavorativo in Italia, con 4 milioni di operatori di cui 700mila retribuiti e 3,3 milioni di volontari, e forse l’unico in crescita. Un fenomeno in evoluzione non soltanto numericamente, ma in termini di modelli adottati, di risultati raggiunti e di interventi realizzati. Se da un lato i dati quantitativi dimostrano il rafforzamento della consapevolezza che l’intervento privato in questioni di rilevanza sociale sia necessario, dall’altro stiamo assistendo a un radicale ripensamento delle logiche sottostanti, improntato a una ricerca crescente di sostenibilità, robustezza economica, capacità di resistere al lungo periodo massimizzando gli obiettivi sociali. Non è un caso che, sempre più spesso, e a differenza del passato, termini quali imprenditorialità e benessere sociale vengano usati insieme, piuttosto che in contrapposizione. Non è un caso che lo stesso legislatore abbia sancito la legittimità di una formula imprenditoriale innovativa, l’impresa sociale (legge 118/2005), finalizzata ad accelerare la progressiva managerializzazione di tale settore, superando le forme giuridiche disponibili. Sull’onda dell’entusiasmo per le potenzialità innovative, di sviluppo economico e crescita sociale, il movimento della social entrepreneurship ha assunto una dimensione globale, suscitando interesse da parte del mondo accademico, imprenditoriale business, non profit e politico.

Pur trovando le sue radici nel non profit e nell’importanza di riorientare il terzo settore in ottica manageriale, il dibattito più recente in materia di imprenditoria sociale si attesta su una visione non limitata alla tradizionale contrapposizione tra profit e non profit, quanto piuttosto focalizzata sul contenuto e sul modello di gestione dell’iniziativa intrapresa. La forma giuridica scelta passa in secondo piano, subordinata all’obiettivo di generare un cambiamento sociale attraverso l’implementazione di un modello di business sostenibile nel tempo, innovativo e in grado di generare impatti apprezzabili.

Tale fenomeno è al contempo causa e conseguenza di una dinamica di rinnovamento che ha stimolato soprattutto l’imprenditoria giovanile e femminile. Numerose evidenze segnalano tale tendenza, come la nascita di un movimento di giovani start upper in giro per il mondo. Dalle fondazioni di supporto all’imprenditorialità sociale tipo Ashoka, Skoll, ai fenomeni di sviluppo di The Grameen Creative Lab per il lancio di Social Business, alla Social Business Plan Competition. O ancora gli incubatori sociali, come THE HUB che di recente ha aperto anche a Milano. Si tratta di una rete internazionale di spazi fisici dove imprenditori e imprenditrici sociali, creative e professioniste possono accedere a risorse, lasciarsi ispirare dal lavoro di altri, individuare opportunità di mercato e costruire quel bagaglio di esperienze che li aiuteranno a cambiare Milano e il mondo. Oppure si può ricordare come tanti giovani e in particolare donne hanno fondato e gestiscono cooperative per il riutilizzo delle terre sequestrate alla mafia o ancora l’impegno della presidente Monica Lucarelli dei Giovani Industriali di Roma che si batte perché venga dai giovani imprenditori un esempio di etica per moralizzare l’economia pubblica. Il tutto combinando l’attribuzione di risorse economiche e non e di competenze organizzative e manageriali.

Ne consegue, per gli studiosi, la tendenza a spingersi oltre le tradizionali categorie d’analisi, per cogliere l’eterogeneità delle esperienze in atto, distinguendo le organizzazioni sociali nate dalla capacità dei cittadini di auto-organizzarsi attorno a una causa di comune interesse (civil society organization) da veri e propri service provider, più vicini per logiche e pratiche al mondo business, sebbene contraddistinti da obiettivi di creazione di valore sociale.

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